Psicocinesi: confrontando macchine e tazze…

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«Nell’autunno del 1936 Joseph B. Rhine intraprese, presso il Laboratorio di Parapsicologia, un esperimento che prevedeva, come misura di controllo contro gli effetti dell’abilità di lancio, un metodo più avanzato rispetto ai precedenti. JBR sapeva che i critici potevano ancora sostenere che, pur lanciando con una tazza, i soggetti avevano comunque un qualche contatto con i dadi. Era quindi auspicabile riuscire a eliminare anche  quel minimo contatto, meccanizzando l’intero procedimento. Venne quindi costruita una “macchina” grazie alla quale il soggetto poteva lanciare i dadi senza mai toccarli. Era composta da una lunga gabbia rettangolare azionata elettricamente, con pareti di rete metallica da 1/4 di pollice, montata su un asse nella zona centrale per poter ruotare. I dadi venivano chiusi in questa gabbia all’inizio dell’esperimento, e, durante le rotazioni, finivano da un’estremità all’altra della gabbia, che internamente era rivestita di spessori alternati che facevano rimbalzare energicamente i dadi lungo il percorso. Quando si fermavano sul fondo, al termine di ogni mezza rotazione, si poteva controllare il risultato e annotarlo.
Nell’esperimento la gabbia veniva ruotata alla velocità che il soggetto preferiva, solitamente a un ritmo tale da consentire mezza rotazione in un tempo compreso tra i 4 e i 5 secondi. JBR e il suo assistente, J. L. Woodruff, e l’ex soggetto ESP A. J. Linzmayer (nel frattempo divenuto segretario di JBR) si alternavano nel ruolo di soggetto. Il bersaglio prescelto era il sei, e i dadi utilizzati erano una coppia di misura media, con i  puntini  disegnati  anziché  scavati, in modo da ridurre il rischio di sbilanciamento (ma, per l’appunto, in questo esperimento venivano confrontate due condizioni proprio per sgomberare il campo da qualsiasi possibilità di errore).
In tutto furono svolti 36 run di lanci con la tazza e 74 con la macchina. In quelli con la tazza si ottenne un tasso medio di successo di 4,53 per  run (la  media di previsione casuale, ovviamente, era 4,0). Con la macchina il tasso fu di 4,61. I due risultati insieme corrispondevano a una  ragione critica di 3,34; p = 0,0008, un valore altamente significativo. La ragione del miglior punteggio ottenuto con la macchina potrebbe risiedere nella novità che essa rappresentava. O magari i soggetti erano più liberi di concentrarsi, dal momento che la macchina li sollevava anche dall’incombenza di dover decidere il momento del lancio. Era la macchina a mescolare e a lanciare i dadi, e tutto ciò che i soggetti dovevano fare era concentrarsi e cercare di far uscire il bersaglio.
Poteva essere una situazione analoga a quanto accadeva con alcuni soggetti  ESP, che riuscivano meglio quando le carte che dovevano indovinare erano fuori dalla portata della loro vista che non quando potevano vedere il mazzo venendone, forse, leggermente distratti.
L’esperimento dunque era riuscito: i punteggi erano perfino migliori con la macchina che senza. Ciò dimostrava che, almeno in quella occasione, i punteggi significativi non dipendevano dall’abilità di lancio dei soggetti. In futuro, quindi, si sarebbe potuta utilizzare la tazza senza nessun problema. In seguito, nel 1942, quando i risultati di questo esperimento furono analizzati alla ricerca di effetti di posizione, si rilevò il tipico declino della distribuzione quartistica. La ragione critica della differenza dello scarto tra i primi e gli ultimi quarti era pari a 2,63; p = 0,0085».

(Louisa E. Rhine, Psicocinesi. La Mente domina la Materia, Golem Libri 2014, pp. 95-97)

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